Rassegna stampa: Carlo Scarsciotti intervistato su Corriere.it: Ristorazione collettiva, «Sono 61 mila i lavoratori a rischio che sono in cassa integrazione o in esubero da marzo». Corriere.it, 29 giugno 2020

LO STUDIO

di Emily Capozucca

29 giu 2020

Sono 96.600 con un’età media superiore ai 50 anni e con contratto a tempo indeterminato gli occupati del settore della ristorazione collettiva, un settore che ha subito molto il duro colpo dell’emergenza coronavirus.

La ricerca

Secondo uno studio condotto da Oricon – Osservatorio Ristorazione Collettiva e Nutrizione, sono 61 mila i lavoratori della ristorazione collettiva in esubero per 1,3 miliardi di euro l’anno di mancati redditi lordi.«Un settore che nel periodo di emergenza sanitaria ha dimostrato resilienza . È stato in grado di adattare il servizio negli ospedali e nelle case di riposo in una situazione di alto rischio. E questo è un aspetto importante — ha commentato il dott. Carlo Scarsciotti, presidente Oricon —. Abbiamo consolidato una grande esperienza che vogliamo conservare. Abbiamo dimostrato resilienza, competenza e sicurezza».

Il fatturato

Ma la crisi ha inferto un duro colpo alla ristorazione collettiva che secondo la ricerca Oricon ha perso il 67% di fatturato complessivo tra marzo e aprile e una parte del mese di maggio. «Le scuole riapriranno, il settore sanitario si sta progressivamente normalizzando (durante il periodo di massima emergenza tanti reparti tradizionali sono stati chiusi e trasformati in reparti Covid. Questo ha causato la diminuzione del numero di pasti richiesti), ma ciò che più ci preoccupa è il settore aziendale — ha detto Scarsciotti — servirà un riesame riguardo all’alternanza tra lavoro in presenza e in smartworking. Serve un dibattito globale perché abbiamo 61 mila persone in esubero, quattro volte gli occupati dell’ex Ilva, compreso l’indotto. Dato che però sembra non emergere perché il numero è distribuito in tutta italia e non concentrato in un’area specifica». 
La perdita di 61 mila posti di lavoro si tradurrebbe in una mancanza di redditi per 1,3 miliardi lordi ai lavoratori, in prevalenza donne e oltre 50 anni, lavoratori che rischiano di uscire dal mercato del lavoro e di non rientrarci, con conseguente perdita di professionalità e know how. Ma non mancano anche le implicazioni per le casse dello Stato e dell’INPS in termini di riduzione del gettito delle imposte sul reddito su 1,3 miliardi di euro di imponibile e per oltre 500 milioni di euro l’anno tra contributi previdenziali, oneri assicurativi e altri oneri non corrisposti dal lavoratore e dal datore. 

Le richieste

«Per i 61 mila “lavoratori invisibili”, che sono in cassa integrazione o in esubero da marzo — ha commentato Scarsciotti,— il futuro è estremamente incerto e non adeguatamente supportato da strumenti a sostegno del reddito. Ad oggi le settimane di ammortizzatori sociali previste dal governo sono in totale 18 e non coprono l’intero periodo di sospensione delle attività scolastiche (da marzo) e delle mense aziendali. Servizi che faticano a tornare a regime a causa dell’ampio ricorso allo smart working —ha dichiarato Scarsciotti —. Chiediamo di non perdere le competenze di riesaminare la presenza e lo smartworking in azienda, la cassa integrazione, la sicurezza sulla riaperture delle scuole, la semplificazione burocratica e una revisione dei contratti con prezzi che non vadano a gravare sulle famiglia già in difficoltà. Siamo sollecitando il governo su questi temi. Sarebbe un danno per lo stato (con 420 milioni di contributi previdenziali non maturati) per l’economia e per le famiglie per un settore che lotta per mantenere le competenze acquisite». 

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